Come aggiungere i calendari secondari su iphone?
Avete attivato il nuovo servizio di sync di google per iphone ma non riuscite ad aggiungere altri calendari?
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typello
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2/13/2009 09:52:00 AM
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andren
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7/23/2008 10:38:00 AM
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Tags: tipografia
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andren
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7/19/2008 11:56:00 AM
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Tags: tipografia, vernacolare

Tanto per capirci:
La rotativa di Rupert è uno stabilimento che occupa un'area equivalente a 23 campi di calcio, che è costruito con abbastanza acciaio per rifare da zero 2 torri Eiffel e che ogni anno spara fuori 330.000 tonnellate di giornali (Times, Sunday Times, The Sun e News of the World)
qui l'articolo del guardian
qui un video associato
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typello
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7/10/2008 03:24:00 PM
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Luciano mi segnala un bel progetto opensource per type designer.
Quello che potrebbe sembrare un divertente esercizio per studenti in realtà si propone per diventare un alfabeto aperto al contributo di tanti aspiranti tipografi.
Il punto di partenza è un carattere utilizzato in tante macchine da scrivere Olivetti che è stato digitalizzato da 6 studenti dell'Isia di Urbino (Luna Castroni, Stefano Faoro, Emilio Macchia, Elena Papassissa, Michela Povoleri, Tobias Seemiller) sotto la direzione dello stesso Perondi.
Ora il risultato, il Lekton, è un file .vfb (FontLab Studio) liberamente scaricabile sotto la licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 3.0 e chiunque voglia può dare il suo contributo per completare i glifi mancanti.
Avanti, fatevi sotto!
Qui, il blog che raccoglie gli step del percorso.
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typello
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7/01/2008 05:27:00 PM
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Tags: opensource, tipografia
Joe Clark è conosciuto sopratutto per la sua libreria fotografica su Flickr: praticamente una raccolta infinita di esempi tipografici e di spunti progettuali.
Cercando di capire chi ci fosse dietro ad un impresa tanto encomiabile ho scoperto che si tratta di un instancabile giornalista e professore canadese che ha alle spalle più di 400 articoli dedicati alla tipografia, al suo utilizzo nell'ambiente quotidiano e alla sua accessibilità in diverse situazioni.
L'immagine qui sopra è tratta da un suo saggio sulla tipografia vernacolare che si incontra nella metropolitana di Toronto. Al di là della consueta critica ai nuovi lavori di ammodernamento delle stazioni e della segnaletica, è interessante il lavoro di ricerca e di scoperta del lavoro progettuale che c'è dietro al progetto del carattere originario: una sorta di Prestinée canadese.
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typello
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5/26/2008 11:20:00 PM
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Tags: tipografia, vernacolare
La lista di cartine vettoriali continua…
Qui la prima puntata.
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typello
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5/26/2008 11:06:00 PM
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Tags: infografica, risorse
Breve autobiografia di un libro appena concepito: l’archivio di Germano Facetti, le vite di Germano Facetti e una delle più straordinarie operazioni editoriali mai portate a termine.
GIANLUIGI RICUPERATI
Il motivo per cui sono qua (ok – non sono qua, ma a volte la presenza è una funzione del testo, perciò: sono qua) è perché vorrei passare una parte della seconda metà del 2007 e della prima metà del 2008 a scrivere un libro addosso alla figura di Germano Facetti – anzi: addosso a quel lato della sua figura che viene celebrato in modo particolare qui oggi: l’archivio di immagini e documenti di violenza, di guerra, di morte in guerra e di Male storico. Il motivo per cui potrei reclamare qualche pallido titolo in una missione del genere è che nel 2006 ho pubblicato da Rizzoli un libro per immagini e testi chiamato Fucked Up che aveva al suo centro l’incredibile storia di Christopher Wilson, fondatore di un sito porno amatoriale cui i soldati americani di stanza in Iraq e Afghanistan hanno inviato migliaia di immagini scattate con i cellulari e le macchine digitali, costituendo così una delle più impressionanti registrazioni archivistiche istintive dell’idea e della pratica di guerra. Poi fra qualche mese uscità da Bollati Boringhieri una specie di memoir di nuovo per immagini e testi in cui racconto la strana esperienza di andare in Vietnam insieme a un artista, Amedeo Martegani, alla ricerca di fotografie, reperti, documenti, volantini e qualsivoglia altro detrito della guerra americana, ma di esclusiva matrice vietnamita – perché si trattava pur sempre dell’unico conflitto di cui il vincitore non aveva scritto la storia. Con la storia di Germano Facetti e del suo archivio, se gli eredi e le condizioni accidentali lo permetteranno, mi piacerebbe tracciare un terzo capitolo di una trilogia che risponde a una domanda tra le altre, una domanda che per qualche ragione mi ossessiona: che effetti hanno le guerre su coloro che non le combattono, su coloro che ne stanno lontani, geograficamente o temporalmente? Che effetti hanno le guerre sui figli e sui nipoti che non hanno ucciso?
Ora. Prima di provare a illustrare il come di questa impresa ancora embrionale ma già felice – e chi ha qualche dimestichezza con la fase nascente di una narrazione, romanzesca o non romanzesca che sia, conosce il timbro interiore cui faccio riferimento quando uso la parola ‘felice’ in questo contesto – ecco: prima, vorrei fare una breve digressione che ha a che fare con qualcosa che potrà sembrarvi addirittura spaventoso, come spesso sono spaventose le specularità appena scoperte: vorrei parlarvi dell’opera gemella dell’archivio di Germano Facetti.
Un giorno di fine dicembre 2003, un lunedì mattina, a Manhattan, da St. Mark’s Bookshop, mentre Paul Auster girava per i corridoi della libreria carico di romanzi gialli, ho usato gli ultimi 120 dollari del mio sesto viaggio a Ny per pagare in contanti un’opera intitolata Rising Up and Down di William T. Vollmann. 3.300 pagine di storie, riflessioni politiche e filosofiche, fotografie, indici e documenti - tutti ossessivamente incentrati su un unico tema, che potremmo definire con un po’ azzardo, il battere e levare della Violenza nella storia umana. Il cofanetto e i sette volumi in stile encicopledia Rizzoli-Larousse aveva titoli in similoro che recitano più o meno così: studi e conseguenze, il mondo musulmano; il nord america; giustificazioni alla difesa violenta della patria, degli animali, dell’ambiente; sud-est asiatico, africa; il calcolo morale. Insomma – un monumento al lavoro editoriale, alle possibilità della scrittura di indagare la realtà, di dare un ordine al magma, di dire qualcosa di autentico e parzialmente definitivo sulla natura umana - un oggetto delirante e insieme pieno di buon senso, innocente e non-innocente, ma soprattutto e principalmente delittuosa. Vollmann ha fatto una cosa che non si fa più: con ottime ragioni non si fa più e con ottime ragioni lui ha deciso di farla. Vollmann ha affrontato un argomento come un sistematore di saperi dell’età classica, o una specie di giornalista arcaico e cavalleresco, capace di mescolarsi con la materia di cui tratta senza alcun sussiego, senza cedere alla doppia tentazione che avrebbe reso tutto il lavoro irrilevante: quella di identificarsi completamente nell’attitudine dell’entomologo e quella di identificarsi completamente nell’attitudine della cimice. Ma di fronte a 3.300 pagine è meglio procedere con ordine, specialmente se vengono candidate a uno dei più prestigiosi premi letterari americani, il National Book Critics Circle Award, e riceve applausi un po’ attoniti da tutti i recensori.
William T. Vollmann è uno dei più importanti scrittori americani contemporanei, ed è anche un temibile grafomane – ha pubblicato saggi, reportage, romanzi spesso lunghissimi, e i suoi argomenti prediletti hanno sempre gravitato intorno al Grande Vertice dell’Esperienza, quello in cui incrociano i loro destini Prostitute, Tossici e Persone dotate di Armi.
Di Rising Up and Rising Down si parlava da almeno dieci anni. Nelle riviste letterarie, i siti di fan, le newsletter e i discorsi dei cosiddetti addetti ai lavori – di tanto in tanto spuntava un frammento di quello che sembrava essere un mastodontico e fantomatico ‘lavoro’ sulla Violenza, un mostro senza capo né coda che tutti erano pronti a scommettere non sarebbe mai uscito: la mole, la mancanza di vendibilità, l’argomento, il profilo ‘alto’ dell’autore. Mandare Rising up and Rising Down nelle librerie normali era considerata un’impresa semplicemente folle, e nessun editore si sarebbe accollato i costi e il tempo di preparare per la stampa un elefante di carta di queste proporzioni. Il cinismo sociale imponeva a tutti di aggiungere commenti sprezzanti sulla ‘perdita di tempo’, su come ‘un talento narrativo andava sprecato’, su che senso avesse dedicarsi per tante stagioni della propria vita a un’opera senza mercato, senza lettori, senza utilità. Tutti si domandavano perché Vollmann non scriveva l’ennesimo romanzetto, l’ennesimo libro di non-fiction, l’ennesimo sforzo ragionevole. Dall’altra parte c’erano gli editori, che si dicevano pronti a ‘venire incontro’ a Rising Up and Rising Down se l’autore fosse ‘venuto incontro’ alle esigenze commerciali. Grazie alla saggezza di Vollmann, non è successo niente di simile – niente ‘venire incontro’, niente ‘esigenze’, e naturalmente niente editori. Le 3.300 pagine avrebbero continuato a rimanere nel cassetto – e la saggezza risiede nel sapere che il cassetto è l’ambiente in cui un’opera letteraria viene svezzata, impara a sopravvivere, conosce le regole fondamentali del sovraffollato habitat editoriale, cioè: un libro mette il naso là fuori e trova soprattutto poca aria, pochissima luce, spazio ridotto a zero.
La speranza di tutti gli scrittori davvero ambiziosi è che prima o poi incontreranno degli editori disposti a fare il loro mestiere, ossia sprecare denaro per rendere la vita pubblica un po’ più interessante. L’eroe, in questo caso, si chiama McSweeney’s Books, il braccio con cui l’omonima rivista fa il possibile per rendere la vita pubblica un po’ più interessante. Le cose sono andate come segue. McSweeney’s Books trasferisce il quartier generale a San Francisco, città natale di Vollmann. Sul numero 8 della rivista compare un estratto di Rising Up and Rising Down. Poi un giorno Dave Eggers, lo scrittore che poi in questo caso è anche l’editore, decide che è arrivato il momento di sprecare soldi. Incontra in un ristorante di San Francisco Vollmann insieme alla sua agente ed Eli Horowitz, giovane redattore della casa editrice, e insieme decidono che l’oggetto va partorito.
Il volume più sottile di Rising Up and Rising Down conta 282 pagine, e contiene tutti gli indici, le introduzioni, gli schemi, le presentazioni, le bibliografie e i ringraziamenti. Ecco. Quando uno scrittore si mette a progettare un oggetto del genere, la prima cosa che fa è tracciare degli schemi – l’ultima è verificare se alla fine di tutto quegli schemi avevano senso. A questo punto bisognerebbe raccontare con una certa precisione la sostanza di cui è fatto Rising Up and Rising Down, che non è propriamente la sostanza di cui sono fatti i sogni. L’ispirazione è fornita dalla sostanza di cui è fatto l’uomo, si potrebbe riassumere: sopraffazione, strategia, controllo reciproco, sterminio, tortura; ma anche scrupolo, opportunità, aspirazione all’equilibrio, paura di rompere i patti di stabilità, e diciamolo – un oscuro desiderio di pace, dentro cui si nasconde un oscuro desiderio di guerra. Ma a questo punto bisognerebbe anche dire la verità: non si possono leggere per intero 3.300 pagine così, e com’è ovvio non sarebbe il modo migliore di affrontare Rising Up and Rising Down. Il modo migliore, forse, è entrare in ciascun volume con l’idea di trovarci qualcosa di necessario, qualcosa che si possa contenere in una frase o due – come le idee migliori. E lo si trova sempre, persino aprendolo a caso.
Il ‘calcolo morale’ è l’ossessione che governa l’intera immane fatica di William Vollmann. Subito dopo il frontespizio, una pagina bianca, una domanda in corsivo: quand’è che si può gisutificare la violenza? E’ l’inizio giusto. Il lettore capisce subito che non incontrerà consolazione – incontrerà soprattutto quella che un tempo si chiamava ‘ricerca della verità’. Vollmann costruisce una sorta di atlante morale della violenza, spostando l’asse della questione sull’idea di ‘difesa violenta’. Portando all’attenzione del lettore casi singoli come quelli di Stalin, oppure scendendo venti secoli prima, nella Roma di Bruto, o prendendo in considerazione tutte le varianti in cui si riscontra la giustificabilità morale dell’uso della violenza, dalla difesa della terra alla difesa degli animali, dalla difesa della patria a quella della classe.
Gli altri volumi affrontano il tema sviscerandolo con passione e precisione quasi infantile. L’opera di Vollmann si divide in due parti. La prima occupa i primi quattro tomi, e si intitola significativamente ‘Categorie e Giustificazioni’. (In lavori come questo i titoli e i sottotitoli rivestono un’importanza particolare). Ogni tanto l’autore si ricorda di esssere un poeta, in qualche modo, e conia espressioni come ‘definizioni per atomi solitari’ subito prima di affrettarsi a spiegare che sta per illustrare ‘i diritti e le responsabilità del sé individuale’, e infilzare una serie di saggi sulla moralità e sull’estetica delle armi, sul rapporto tra fini e mezzi, sul concetto di autorità e di nuovo, in maniera ancora più approfondita, sulle numerose sfaccettature dell’idea di ‘difesa’. Arrivati al quarto volume Vollmann decide di allargare ulteriormente l’obiettivo della sua indagine e si occupa senza mezzi termini delle basi teoriche che regolano la ‘pratica violenta’ all’interno delle politiche degli stati nazionali e tra gli stati nazionali; poi lo restringe di nuovo alla sfera dei rapporti personali, cercando di dare un quadro del sadismo e del sadomasochismo nel sesso. E’ tutto molto interessante, e il merito di Vollmann è di non cedere mai troppo alle lusinghe dell’astrazione, fornendo sempre esempi nomi e dettagli – ma tutto finisce per suonare come un riassunto di venti secoli di filosofia morale, e di storia dell’umanità – scritti supremamente bene, peraltro.
Ma è la seconda parte, chiamata ‘studi e conseguenze’ che attrae davvero l’attenzione, spostando il peso dell’opera su ciò che un narratore dovrebbe ricordarsi sempre di fare, anche quando si lancia nelle più spericolate avventure saggistiche, ovvero: raccontare. Vollmann qui raccoglie il frutto di anni e anni di reportage d’autore, e vediamo sfilare narrazioni dal vivo dalla Cambogia di Pol Pot alla vita dei cambogiani sopravvissuti in America, uno splendido ritratto collettivo della mafia giapponese, alcuni terribili affondi autobiografici dalla guerra in ex-Jugoslavia e dall’Africa – e infine quella che è probabilmente la vetta del libro, una lunga serie di pezzi da inviato speciale nel ‘Mondo Musulmano’, seguita dall’inevitabile ritorno in patria con tanto di pntatina persino sul massacro di Columbine e poi giù in Sudamerica, con i narcotrafficanti della Colombia.
E così ho detto di Vollmann e del suo gigante. Ma scendendo di dimensioni e gradi - come potrebbe essere strutturato il libro che ho in mente su Germano Facetti?
Si tratta di costruire un libro a metà fra il reportage culturale, la narrazione biografica, l’investigazione saggistica, il documento storico-iconografico e la narrazione tout court. Raccontare e illustrare un inaspettato, singolarissimo capitolo della storia delle immagini che s’intreccia con una vicenda umana straordinaria, all’ombra di Mathausen, dell’Italia del boom e di tante altre traiettorie psichiche, geografiche, psico-geografiche, storiche e definitivamente individuali. Mi piacerebbe avesse un tono da scrittura narrativa partecipe e mobile – come i libri di George Plimpton, in cui molte voci di conoscenti e amici di un soggetto si alternano come in una ronde alla Max Ophuls, e l’autore si mette allo stesso livello degli altri, limitandosi a costruire piccoli steccati divisori strutturali, magari con titoli dickensiani del tipo ‘In cui il nostro personaggio, etc’. O meglio – questo lo faceva lui: ma in questo caso si potrebbe utilizzare la girandola di voci narranti perché nulla restituisce meglio la prismatica complessità delle figure prismatiche e complesse. Ma niente Dickens, dai. Piuttosto: una struttura a cassetti intercombinanti: interviste, storia orale, verifiche sul campo, analisi, momenti di ‘poesia storiografica’, racconto e note varie. E naturalmente devono esserci le fotografie. Bisogna trovare un modo che funzioni e abbia senso e originalità per inserirle in modo utile e efficace (anche esteticamente) all’interno di questa energica tragedia storica a semi-lieto fine. Un incubo ben riuscito. Un titolo, o un sottotitolo, potrebbe essere: collezionare è un trauma.
Non so ancora niente dell’archivio di Germano Facetti. Ne saprò poco anche dopo aver scritto il libro. In operazioni simili ci sono troppe angolazioni, troppi paesaggi, troppe ragioni esaminate, coinvolte, analizzate – troppi frammenti associati l’uno all’altro, in definitiva. Il rischio è di accorgersi che quasi sempre il calcolo morale subisce l’invadenza della passione, perfino di quella dell’autore stesso. Una certa passione estetizzante per il momento in cui il proiettile diventa espressione della volontà, il grilletto diventa espressione dell’istinto, il contraccolpo dell’arma si trasmette ai nervi come un rimorso di appartenenza. Ciò che turba è che come in una preghiera si possa arrivare a ringraziare la Sorella Violenza come l’ombra paterna e materna dell’evoluzione della Specie – l’unico calcolo morale il cui risultato dev’essere sempre diverso da zero.
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andren
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5/06/2008 12:51:00 PM
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Tags: incontri, maestri, tipografia
Typomilan ha piacere di ospitare una bella recensione della mostra di Ever Meulen a Louven (Belgio).
di Teo Riva (Teoverycrock)
Ever Meulen, illustratore fiammingo, mette in mostra i propri lavori di quasi un quarantennio a Louven, cittadina sede delle principali università fiamminghe.
Riviste, vignette, manifesti, copertine di libri, dischi, piccoli modellini e animazioni, tutto esposto in questa piccola ed intima expo dove si possono anche ossevare gli schizzi preparatori e i carnet da viaggio dell'autore..
Nato nel 1946 nelle Fiandre occidentali, inizia la sua carriera negli anni '70 disegnando illustrazioni e caricature per riviste nazionali ed internazionali, fra cui spiccano i nomi di Humo, Tèlè-Moustique, Curiosity Magazine e The New Yorker.
Non mancano i viaggi per il mondo, in Italia disegna manifesti per la 1000 Miglia e per il Gp di Monza.
L'automobile è uno dei sue temi preferiti, un simbolo dell'epoca moderna a cui appartiene.
Non ha mai realizzato un proprio fumetto, ma si avvale del medesimo stile per decorare le copertine delle riviste, un mix di fumetto-illustrazione e naturalmente di tipografia, rigorosamente disegnata ad hoc per ogni copertina.
La mostra mette in esposizione come detto gli originali, dove non si può che osservare meravigliati la razionalità compositiva del disegno, ereditata probabilmente dai cugini olandesi, e la sinteticità esplicativa delle immagini, peculiarità della cultura fumettistica belga.
Il colore vivace e l'attenzione al dettaglio rimandano ad una storia figurativa che ama descrivere la realtà in questo modo, un'eredità lasciata secoli fa dai maestri del colore fiamminghi, che costringevano l'osservatore ad un gioco di ricerca del piccolo dettaglio nel dipinto.
Purtroppo la natura cartacea dei suoi lavori non consente di vedere gran che nel web, il suo lavoro rimane confinato nelle riviste e nei manifesti..
consiglio di vedere comunque il sito web dell'esposizione, qualcosa qui si intravede!
ps: Mi è sorto il dubbio se egli non sia il più grande ispiratore di Chris Ware..
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typello
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4/23/2008 10:47:00 AM
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Tags: illustrazione
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andren
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4/18/2008 06:15:00 PM
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Altri caratteri, non più in offerta special, ma gratuiti.
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andren
il giorno
4/17/2008 10:37:00 AM
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Tags: font gratuite, tipografia

Non perdete l'occasione di acquistare la vostra prima font a € 3,25 (5 dollari)!!!
Cadena Black è veramente un bel carattere, cicciottello e sexy!
Qui, esempi di utilizzo
Qui, il sito ufficiale
p.s per chi non si fidasse io ho inviato il pagamento ieri a mezzanotte e alle 4 (in pieno sonno) già ero in possesso dell'opentype!
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typello
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3/28/2008 10:36:00 AM
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Tags: shop, tipografia
Ho recentemente letto la gran bella intervista (in facile spagnolo) a Javier Zarracina, esperto progettista di infografiche ora direttore del reparto grafico del Boston Globe.
Sono tanti e preziosi i consigli sul come reperire informazioni, come affrontare con efficacia e tempismo il lavoro di equipe, su come rendere chiaro e utile il grafico. Mi è piaciuto in particolare il passaggio in cui definisce la curiosità come dote fondamentale per un disegnatore di infografiche:
Para mí, la cualidad fundamental es la curiosidad y el afán por entender y explicar. Si somos capaces de apasionarnos por una noticia, es posible que transmitamos parte de nuestro interés al lector. Las habilidades técnicas o facilidad de dibujo son útiles, pero su dominio sólo es una cuestión de práctica
Traduco liberamente:
Per me la qualità fondamentale è la curiosità e lo sforzo per capire e spiegare. Se siamo capaci ad appasionarci alla notizia, allora è possibile trasmettere parte del nostro interesse al lettore. Le abilità tecniche o la facilità di disegno sono utili, però il loro pieno possesso è puramente questione di pratica.
Dall'intervista emerge il grande desiderio di Javier di insegnare condividendo le sue esperienze lavorative. Proprio per questo motivo possiede un sito personale ricchissimo di lavori, riflessioni e metodologie di progettazione. Non perdetevelo!
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typello
il giorno
3/23/2008 03:04:00 PM
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Tags: infografica, maestri

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andren
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3/17/2008 11:38:00 AM
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Mi sono imbattuto in una bella classifica di font dingbats (di disegni) gratuite.
Io mi sono subito scaricato le prime due della classifica (utilissime per chi disegna infografiche) e le sagome femminili (che servono sempre in tavole di architettura).
1. Geobats
2. Birds of a Feather
13. Chicas y Mujeres
Thanks to bittbox
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typello
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3/13/2008 04:34:00 PM
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Tags: font gratuite, risorse

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andren
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3/12/2008 10:36:00 AM
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Tags: book design, editoria, lettering, risorse, tipografia

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andren
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3/08/2008 02:03:00 PM
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Ogni tanto, da qualche angolo sperduto della rete, saltano fuori piccole raccolte di manifesti, copertine, insegne che sono delle perle per chi lavora nel mondo della grafica e della comunicazione. L'ultima in ordine cronologico che ho trovato è una collezione di brochure della Citroën dagli anni '50 agli anni '80. Semplici, eleganti e molto efficaci hanno secondo me molto da insegnare all'odierno mondo della grafica commerciale che spessocade sulla banalità dei messaggi e su un eccesso di decorazioni.
C'è anche la mitica Mehari, tanto desiderata da Fabio Alisei…ahahah
Via The SERIF
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typello
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3/06/2008 11:29:00 AM
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Theredbox at DesignTalks
11 marzo 2008/March 11th, 2008, h. 18.30
Scuola Politecnica di Design, Milano
Via Ventura 15
theredbox, studio di comunicazione visiva di Lugano, è protagonista del secondo incontro di DesignTalks, il ciclo di conferenze organizzato dalla Scuola Politecnica di Design di Milano. Alberto Bianda, uno dei due soci fondatori, sarà ospite in SPD martedì 11 marzo alle 18.30. L'incontro, aperto al pubblico, sarà introdotto da Silvia Sfligiotti.
theredbox è stata fondata nel 2001 da Alberto Bianda e Paolo Jannuzzi. Lavora principalmente per una committenza artistica e culturale e istituzionale, per la quale progetta libri, manifesti, allestimenti di mostre, sistemi di identità. Tra i loro clienti, la Galleria del Gottardo, Benetton, le case editrici Federico Motta, Contrasto, Gabriele Capelli, Charta. I progetti di theredbox hanno ricevuto numerosi premi, tra i quali quelli per i migliori libri svizzeri nel 2002, 2003 e 2005, e due premi internazionali per il miglior libro fotografico.
I prossimi ospiti di DesignTalks saranno: Ales Najbrt in collaborazione con SUPSI (SPD 8 aprile, Supsi 9 aprile), Erik Kessels (SPD 28 maggio) e Norm (SPD 5 giugno).
theredbox, the swiss graphic design studio from Lugano, will be the second guest in the DesignTalks lecture series, organised by Scuola Politecnica di Design, Milano. Alberto Bianda, one of the two founding partners, will speak at the SPD on Tuesday, March 11th at 18.30. The lecture is open to the public and will be introduced by Silvia Sfligiotti.
theredbox was founded in 2001 by Alberto Bianda and Paolo Jannuzzi. They work mainly for clients from the art and cultural fields, as well as public institutions, designing books, posters, exhibitions, identity systems. Amongst their clients, Galleria del Gottardo, Benetton, publishers such as Federico Motta, Contrasto, Gabriele Capelli, Charta. Their projects have received several awards, such as the Best swiss books in 2002, 2003 and 2005, and two international awards for the best photography book.
The next DesignTalks guests will be: Ales Najbrt in collaboration with Supsi, Lugano (SPD April 8th, Supsi April 9th), Erik Kessels (SPD May 28th) e Norm (SPD June 5th)
informazioni / information:
Scuola Politecnica di Design SPD
via Ventura 15, 20134 Milano
MM2 Lambrate; tram 33; bus 54, 75
T +39 02 21597590 F +39 02 21597613
www.scuoladesign.com
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typello
il giorno
3/06/2008 11:14:00 AM
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